Sino alla Tavola degli Elementi di Mendeleev (1869) l’analisi dei ‘composti’ si sviluppò sull’idea dell’equilibrio tra i ‘quattro elementi’ (terra, acqua, aria, fuoco) e delle loro qualità. L’armonia di un corpo era messa in pericolo da un ‘veleno’ e questo rischio doveva essere fronteggiato con un ‘antiveleno’. Immagine esemplare è l’avvelenamento di Socrate, tema ripreso da Pietro d’Abano, ma anche dal cronista Giovanni Villani. Appartengono all’iconografia degli avvelenamenti le leggende di Alessandro Magno e di san Giovanni. Partendo dalla cronachistica del sec. XIII e toccando alcuni temi comuni tra Giacomo da Lentini, Cecco d’Ascoli e il De venenis di Pietro d’Abano si vedrà come la letteratura del Trecento appare estremamente sensibile a questo tema e si presenteranno i casi di Giambono Boni, Gregorio d’Arezzo, i commenti ad Ovidio, Brunetto Latini, i volgarizzamenti della Tavola Ritonda e il loro legame con la traduzione di Kalila e Dimna, nonché gli incubi della Fiammetta del Boccaccio. Si giungerà poi all’avvelenamento per eccellenza quello perpetrato dagli ‘untori’ della peste del 1348, simboleggiati da draghi e bestie avvelenatrici, ma anche da animali purificanti e quindi all’atto inglese del 1531 che condanna alla morte per bollitura gli avvelenatori. Il tutto per evidenziare quella polivalenza espressiva di quella cultura scientifica e letteraria della Padova di Pietro d’Abano che, come ben analizzò Paolo Marangon, fu ben lontana –nel bene e nel male- dalle attuali settorializzazioni di scienza e letteratura.

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